giovedì 10 dicembre 2015

LA SOLITUDINE: TALVOLTA ANCHE DISCONNETTERSI FA BENE

La spiaggia a Palavas (Gustave Coubert 1868)
Diverse sono le problematiche con cui mi capita di confrontarmi in stanza di terapia, vanno dal semplice stress quotidiano a malesseri più pervasivi, da difficoltà relazionali transitorie a croniche.  Poi, andando a scavare un po’, cercando connessioni tra problemi e storie raccontate, mi ritrovo spesso dinanzi al solito spauracchio che sembra celarsi dietro ogni sofferenza: quello della solitudine. 
Ansie, paure, comportamenti compulsivi, relazioni disfunzionali o insoddisfacenti mantenuti dallo stesso comune denominatore: il timore di sentirsi soli e abbandonati, di restare “sconnessi” dalle relazioni e dal mondo.  Lo stare da soli è vissuto quindi come un punto di arrivo infelice, uno spazio vuoto e temibile apertosi con le sconfitte della vita da cui rifuggire o da riempire affannosamente, perché in esso ci si potrebbe annientare.

Al contempo, però, mi è capitato anche di ascoltare storie al momento della guarigione dal proprio malessere e notare che ciò va spesso insieme all'essere riusciti finalmente ad attraversare diversamente questo spazio, avendo nella solitudine ritrovato le proprie forze e risorse per riprendersi. Quindi lo stare soli può essere vissuto come punto di partenza vitale e desiderabile, uno spazio pieno e creativo in cui ritrovarsi dopo momenti di buio e dolore.

Dunque due modalità differenti di vivere la stessa condizione: una subita e vissuta tristemente, che riporta alla mancanza o perdita dell’altro e al bisogno fondamentale sociale di essere in relazione; l’altra una solitudine positiva, cercata, desiderata, necessaria per prendere distanza dall’altro e connessa invece al bisogno di sentirsi individuo separato, per riconoscersi nella propria soggettività e unicità. Entrambi questi importanti bisogni, che fanno da cornice alla solitudine, seppur opposti, non sono però separati e si modulano a vicenda: perché non ci si senta mai completamente soli interverrà a un certo punto il bisogno dell’altro e perché non ci si senta confusi con l’altro, perdendo la propria identità, interverrà a un certo punto il bisogno di restare da soli. Essi, infatti, si attivano in diversi momenti della propria esistenza e dipendono fortemente dai contesti, relazioni ed esperienze.

Credo però che come entrambi questi bisogni sono necessari per l’individuo, allo stesso modo, non si possa sperimentare una solitudine positiva se non si sia almeno sfiorata quella negativa e viceversa. E che per potersi sentire soggetto all’interno di una relazione, senza perdersi e confondersi con l’altro, sono necessarie quelle piccole conquiste di consapevolezza di sé (desideri, bisogni, aspettative, ecc.), emerse anche nella solitudine, stando ad ascoltare ciò che si sente tra sé e sé.  

Gli esseri umani, in quanto esseri sociali sono predisposti per essere in relazione, per dirla con le parole di Bateson, infatti:la relazione viene prima, precede” (1979) tutto, come a dire che non possiamo sentirci, aver percezione di noi stessi senza l’altro, senza essere in qualche modo connessi. Tuttavia, ritagliarsi uno spazio per stare soli credo sia altrettanto fondamentale, oggi più che mai, disconnettersi ogni tanto dal mondo reale e virtuale, rappresenta un momento prezioso in cui fare un po’ di silenzio per ritrovarsi profondamente, entrare in contatto con i propri pensieri ed emozioni e meglio predisporsi alle relazioni, magari recuperandone in qualità.

Utilizzo per concludere le parole di Jung, a tal proposito, emblematiche:  
“E’ importante avere sempre un contenuto da portare in un rapporto e questo spesso lo si trova nella solitudine”.

   
                                                                                                          Dott.ssa Stefania Attanasi


Riferimenti bibliografici

Bateson G. (1979), Mente e natura, Adelphi, Milano, 1984

martedì 28 luglio 2015

PRIGIONIERI NELLA PASSIVITA', LIBERI NELLA RESPONSABILITA'

La ricchezza della mia attività clinica mi porta quotidianamente all’ascolto di storie individuali, di coppia e familiari di persone che decidono di volerle raccontare e condividere. Sono storie finalmente pensate, talvolta taciute e poi narrate, storie da approfondire e sviluppare o da connettere con altre, passate e contemporanee; questo perché possa svelarsi un nuovo senso che produca per vie traverse il benessere psicologico della persona narrante.
Ogni storia ha una sua specificità, nella sua bellezza o amarezza, nei contenuti e trame, nelle emozioni che la colorano, nel linguaggio usato, come anche nella sintassi che la caratterizza. Ad esempio, può notarsi il frequente utilizzo di alcuni verbi piuttosto che altri o il consueto ricorrere a specifici aggettivi o pronomi che, combinandosi in quel particolare modo, compongono ogni storia, ognuna diversa da un’altra.

Nel post di oggi vorrei soffermarmi proprio sull’importanza della sintassi di ogni storia, sul modo cioè in cui possono combinarsi le parole al suo interno e come ciò possa far cogliere il senso e significato della stessa. A tal proposito, di fondamentale importanza trovo l’utilizzo del pronome personale “Io” e come questo possa caratterizzare la trama di una storia, se preferito agli altri pronomi. Mi riferisco in qualche modo al sentirsi protagonisti e non spettatori della propria vita e all’assumersi la responsabilità del suo andamento e qualità; come anche alla possibilità di staccarsi dalle storie scritte dagli altri per sé, o da quelle che invece sembrano ripetersi tra le generazioni, storie ereditate che si vorrebbero invece superare.

La parola responsabilità, infatti, deriva dal latino respònsus, participio passato del verbo respòndere, e indica la facoltà o possibilità di rispondere, a qualcuno o a sé stessi, delle proprie azioni e conseguenze che ne derivano. Responsabilità quindi come presa di consapevolezza della storia in cui ci si trova e l’importanza di fare la propria parte, al fine di realizzare i propri desideri e  perseguire il benessere psicologico.
Quante volte capita di lamentarsi della propria esistenza e giornate, con atteggiamento passivo e infruttuoso addossando la responsabilità agli altri o guardando a situazioni fuori di sé ritenute proprio malgrado immutabili? O quante volte si aspetta che arrivi qualcuno dall’esterno pronto a “salvarci”, preferendo noi restare immobili?

E’ più semplice e facile, infatti, costruire e narrare la propria storia partendo dall’altro come soggetto: “Perché lui mi ha fatto/detto, perché loro sono così, ecc.” assumendo un atteggiamento passivo o vittimistico, senza alcun potere su ciò che accade nella propria vita. Ma quest’atteggiamento se ad un livello consente di alleggerire la coscienza, perché libera dal peso delle responsabilità, dall’altro imprigiona e paralizza. Essere responsabili significa invece sentirsi liberi di scegliere, in movimento, riacquistando potere rispetto alla propria esistenza e quindi benessere: “In che modo io posso cambiare questa cosa che non mi piace?”, “Cosa faccio io per mantenere questa situazione in vita?”, "Come mi comporto per migliorare o peggiorare la mia condizione?"...

Ovviamente non viviamo isolati gli uni dagli altri ma immersi in relazioni e contesti che ci influenzano e che influenziamo circolarmente con le nostre scelte e i nostri comportamenti. Parlare in termini di io però consente di riconoscere il nostro specifico contributo a creare o mantenere i contesti e relazioni che abitiamo, assumendo parte della nostra responsabilità e riacquistando la libertà che ciascuno ha nella propria vita.
Parlare in termini di io, esprimendo le proprie emozioni e agendo secondo ciò che si sente, dimostra quindi di avere un atteggiamento più attivo e rispettoso verso la propria esistenza; inoltre, comprendendo l’importanza della propria autenticità e integrità all’interno delle relazioni, si coltiverà necessariamente un atteggiamento più umile e rispettoso verso il sentire e la diversità dell’altro.
                      

                                                                                                            Dott.ssa Attanasi Stefania 

venerdì 20 febbraio 2015

GENITORI COMPETENTI: AMARSI... PER AMARE




A conclusione di un mese dedicato al tema della genitorialità, attraverso i diversi seminari svolti in scuole e servizi presenti sul territorio romano, mi piacerebbe riportare alcune interessanti riflessioni circolate nei gruppi partecipanti.
Trattando i temi delle competenze e funzioni genitoriali, e cioè di quelle capacità e abilità che un genitore dovrebbe possedere per garantire un sano sviluppo al proprio figlio, spesso sono emersi da parte dei presenti l’ansia e l’affaticamento nell’adempiere all’enorme mole di lavoro che spetta ad un genitore quando si occupa dei propri figli, soprattutto nella fasi della propria vita in cui scarseggiano risorse ed energie personali. Parliamo, ad esempio, di semplice stanchezza o pressione lavorativa ma anche di eventi inaspettati e stressanti (separazioni, licenziamenti, lutti, ecc.) che fanno percepire l’essere genitore come un compito di cui non si è all’altezza. Pertanto si prova una sensazione di malessere, scaturita dai sensi di colpa, che quasi sempre attraversano la “carriera” di un genitore che si interroghi continuamente sul proprio operato.

Dalle riflessioni comuni si è spontaneamente pervenuti a ritenere di fondamentale importanza l’essere una persona competente, responsabile del proprio benessere e della qualità della propria vita, prima ancora di diventare un genitore competente, responsabile del benessere dei propri figli.  Prima che al genitore, quindi, occorre riservare attenzione alla propria persona di genitore, con i propri bisogni, relazioni, interessi, spazi e tempi, da coltivare e curare, tutti necessari per il  benessere psicologico di sé e degli altri con cui si è in relazione.
Chi lavora in quei settori dove il prendersi cura di qualcuno costituisce  un’ importante cornice entro cui svolge la propria attività (sanitario, sociale, educativo, ecc.), sa bene, infatti, quanto il proprio benessere sia una premessa fondamentale per poter esercitare al meglio le proprie funzioni, e ciò è ancor più vero per il mestiere del genitore, il primo e più importante lavoro di cura esistente.

Il prendersi cura di qualcuno, infatti, richiama subito al peso della responsabilità che si ha verso l’altro ed alla necessità di essere sempre all’altezza di tale responsabilità, con sentimenti di colpa verso di sé e facili giudizi negativi da parte degli altri quando si disattendono tali “sacrosante” aspettative. Ovviamente il carico della responsabilità che si ha verso qualcuno, ancor più se bisognoso di cure, è doveroso e intoccabile, ma diventa disfunzionale e rischioso quando la totale presenza all’altro è assenza verso se stessi, creando così un infruttuoso circolo di malessere all’interno della relazione.

Da qui la responsabilità che si ha, prima ancora verso gli altri, verso  se stessi, non come atto di mero egoismo, ma come un costruire quelle premesse necessarie per espandere benessere; partire da sé per arrivare ai figli come ai più ampi sistemi di relazione cui si appartiene. 
Vorrei citare, a sostegno di ciò, i numerosi studi sull’apprendimento per imitazione ormai accreditati (Bandura,1977; Vygotskij,1931; Buccino,Rizzolati e le ricerche sui neuroni a specchio,2014, ecc.), i quali sostengono che i primissimi apprendimenti del bambino avvengano, appunto, imitando le figure con cui interagiscono ed entrano in relazione sin dalla tenera età. Da ciò si può dedurre che un genitore che sta bene con sé stesso, anche inconsapevolmente, favorirà e creerà le condizioni per il benessere del proprio figlio, il quale, osservandolo, potrà imparare nel tempo l’importanza del proprio benessere e della sua precisa responsabilità di costruirlo nella propria esistenza.
Emblematiche,  a tal proposito, appaiono le parole di C. Serrurier (1992):

Non si diventa un buon genitore a pedate e frustate, sforzandosi alla virtù. La virtù verrà naturalmente in un genitore che sta bene nella sua pelle ed è contento della sua vita. Se il genitore è felice e disteso (anche se occupatissimo), il suo amore saprà espandersi e moltiplicarsi….
Crearsi per procreare… Piacersi, occuparsi di sé, valorizzarsi per avere la giusta distanza con i figli...
Ogni genitore farà meraviglie con i suoi figli nell’apprendimento della vita se si ama un po’, se si riconosce delle qualità, se le mette in opera, e se è sufficientemente fiducioso nel suo avvenire perché sa ciò che vale…
Si tratta, per i genitori, di ritrovare un senso alla vita, con o senza figli, prima e dopo i figli… si tratta di promuovere, ancora più che la passione del sapere, la passione di conoscere se stessi.”



                                                                                                                   Dott.ssa Stefania Attanasi


 


Riferimenti bibliografici:

-Bandura, Albert (1977), Social Learning Theory, Prentice Hall, Englewood Cliffs, NJ.
-Buccino, G., Vogt, S., Ritzl, A., Fink, G.R., Zilles, K., Freund, H-J., Rizzolatti, G. (2004). Neural Circuits Underlying imitation learning of hand actions: an event-related fMRI study. Neuron, 42, 323-334.
-Rizzolatti, G., & Arbib, M.A. (1998). Language within our grap. Trends in Neuroscience, 21, 188-19.
-Serrurier C. (1992), Eloge des mauvaises mères, Paris, Hommes e Perspectives.
-Vygotskij, L.S. (1931). Istorija razvitija vysših psichičeskih funkcij, in Sobranie sočinenij, vol. 3, Pedagogijka, Moskva [trad. it. Storia dello sviluppo delle funzioni psichiche superiori, (Veggetti, M.S., (Eds.), Firenze: Giunti-Barbèra, 1974].

martedì 28 ottobre 2014

GENITORI DEL TERZO MILLENNIO: NON E' COSI' FACILE!

Venerdi 31 ottobre in occasione del Mese del Benessere Psicologico terrò il seminario: "Genitori del terzo millennio: non è così facile!"
Il seminario ha come obiettivo quello di offrire informazioni utili sul tema della genitorialità e di allestire uno spazio di riflessione e condivisione sulle pratiche educative dei genitori di oggi.
Orario: 18:00/20:00
Indirizzo: Piazza di villa Fiorelli 2 d - Roma
Per prenotazione: http://www.sipap.it/eventi/genitori-del-terzo-millennio-non-e-cosi-facile/

mercoledì 1 ottobre 2014

Riparte il Mese del Benessere Psicologico!

Anche quest'anno per il mese di Ottobre parte l'iniziativa del Mese del Benessere Psicologico....Gli psicologi che hanno aderito al progetto offrono consulenze e seminari gratuiti alla cittadinanza!
Per informazioni e prenotazioni vai su:  www.sipap.it


mercoledì 30 luglio 2014

Autostima: un orto dove si coltiva bellezza

Il giardino dell'artista a Giverny (Monet 1900)
Mai come oggi si sente ovunque parlare dell’importanza dell’ autostima, come causa e cura di molti malesseri psicologici individuali, tanto che la si circonda di luoghi comuni attribuendole spesso effetti totalizzanti. Su riviste, specializzate e non, inoltre, si parla dell’autostima come se si potesse aumentare o ridurre a nostro piacimento, attraverso l’apprendimento delle più svariate strategie e tecniche.

Ma cos’è in realtà l’autostima?
Nella letteratura psicologica l’autostima si presenta come un costrutto molto complesso, riguardante essenzialmente la rappresentazione mentale che ciascuno ha di sé. Racchiude in particolare un insieme di valutazioni e giudizi, nonché reazioni emotive, che le persone sperimentano quando  osservano e pensano a se stesse. William James, (1890) definiva l’autostima come il rapporto tra il Sé percepito di una persona e il suo Sé ideale: il Sé percepito corrisponde al concetto di sé, alla conoscenza di quelle abilità e competenze che un individuo pensa di possedere; mentre il Sé ideale è l’immagine della persona che ci piacerebbe essere. Secondo James quindi una persona sperimenterà una tanto più  bassa autostima quanta più discrepanza ci sarà tra il Sé percepito e il Sé ideale. Al contrario, più alta sarà la soddisfazione di se stessi quanto più vicine saranno queste due immagini.

L’autostima, tuttavia, non è qualcosa che alberga e si alimenta dentro la persona, isolata dall’ambiente, come se questa fosse “una specie di sacco  chiuso” e pieno di caratteristiche individuali, ma è fortemente influenzata da fattori culturali e sociali e connessa alla rete di relazioni di cui l’individuo fa parte.
Le persone, infatti, strutturano percezioni e idee su di sé non osservandosi dinanzi ad uno specchio, ma immerse nell’ambiente e nel contesto di relazioni di cui fanno parte. In pratica, sin dall’infanzia, gli individui imparano a stimarsi e giudicarsi all’interno di relazioni, osservando come vengono  stimati e giudicati dagli altri. Allo stesso modo, però, è anche vero che le persone con cui entriamo in relazione, vengono costantemente influenzate, circolarmente, dall’immagine di noi che trasmettiamo. Per cui bambini, ad esempio, con un forte temperamento potranno più di altri proteggersi da relazioni familiari disfunzionali e squalificanti, mentre bambini con un temperamento più debole saranno più facilmente influenzabili.
Ciò, inoltre, potrebbe spiegare perché individui adulti che abbiano raggiunto molti successi nella vita conservino una bassa stima di sé e, in modalità vagamente narcisistica, debbano ambire a mete sempre più elevate per star bene con se stessi. Al contrario, persone maggiormente capaci di “accontentarsi” possono godere di un’ elevata soddisfazione di sé.

Viene subito in mente quindi l’importanza del prendersi cura di sé, intesa come capacità di valorizzarsi, allenandosi a cercare la bellezza che alberga dentro di noi, sforzandoci di ricordare le nostre risorse e punti di forza, anche in fasi della vita in cui ciò sia risultato più difficile. Esistono momenti, infatti, in cui balzano agli occhi con più facilità i propri limiti ed è necessario uno sforzo per riconnettersi alle proprie abilità e competenze.
E’ importante, altresì, nell’ottica di un’etica della relazione, il prendersi cura dell’altro, inteso come l’allenarsi,  talvolta compiendo uno sforzo, a ricercare la bellezza in chi ci circonda, riconoscendo le sue specifiche risorse e competenze, anche nei momenti  in cui potrebbero apparire poco evidenti.

Penso all’autostima come ad un orto in cui si coltivi bellezza, un orto aperto agli altri che possano aiutare a concimarlo o a inaridirlo ed al contempo quanto sia importante offrire un buon concime all’orto dei nostri vicini. Appare quasi ovvio, infatti, quanto sia più facile ottenere un buon raccolto se possediamo un terreno fertile di partenza (il temperamento, i tratti caratteriali, ecc.) ma ancor di più se siamo circondati da bravi contadini (relazioni genitoriali, coniugali, amicali, ecc.) che ci aiutino a  produrre bellezza.
E come, secondo la teoria del caos “un minimo battito d'ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall'altra parte del mondo”, così le piccole azioni, nostre e altrui, possono incrementare il benessere in chi ci è accanto ed avere dei riverberi o effetti a catena, in più relazioni e più ampi sistemi viventi.

                                                       
                                                                                               Dott.ssa Stefania Attanasi


Bibliografia
James. W. (1890), Principles of psychology, N.Y.C., Holt, trad.it.: Principi di psicologia, Milano, Ed. Libraria, 1901.

lunedì 27 gennaio 2014

TRISTEZZA, ANGOSCIA, IRRITABILITA’: SIGNIFICATI E FUNZIONI DEI SINTOMI DEPRESSIVI



Malinconia (Munch 1892)
A tutti qualche volta è capitato di sperimentare giornate in cui il tono dell’umore è basso e grigio, in cui ci si sente malinconici, stanchi, irritabili ed i pensieri circolanti sono per la maggior parte negativi. Questi momenti, però, si possono facilmente contrastare grazie ad una qualsiasi piacevole attività (una buona compagnia, una bella passeggiata, ecc.) o dissolvere spontaneamente con il semplice trascorrere del tempo.

Differentemente da uno stato transitorio, invece, nella depressione l’abbassamento del tono dell’umore è più intenso e persistente e non basta una semplice attività piacevole per migliorarlo. La depressione, infatti, è un vero e proprio disturbo psicologico caratterizzato da un insieme di sintomi che causano disagio clinicamente significativo e compromettono il funzionamento sociale, lavorativo o di altre aree della vita del soggetto. Così come riportato nel Manuale dei Disturbi Mentali (DSM-IV-TR, 2007) i sintomi che si possono presentare sono diversi: umore depresso, diminuzione di interesse o piacere per le normali attività, aumento o perdita significativa di peso, insonnia o ipersonnia, agitazione o rallentamento psicomotorio, ridotta capacità di concentrarsi, emozioni di autosvalutazione e colpa,  pensieri di morte e suicidari.

Dagli anni ’80 in poi si è verificato un forte incremento di questo disturbo soprattutto nei paesi Occidentali, fino a stimare che negli USA ne soffrirebbe circa il 10% della popolazione; tale trend, anche se più contenuto, riguarderebbe ugualmente i paesi europei e inizierebbe a coinvolgere maggiormente le fasce d’età più giovani. A conferma di tali dati c’è il vero e proprio boom degli antidepressivi, che risultano attualmente tra i farmaci più prescritti ed utilizzati.
Ma quali sono le cause di una diffusione così massiccia della depressione? In realtà, il panorama statistico, lungi dal presentarsi così tragico, è passibile di una differente interpretazione. Alcuni autori, infatti, studiosi del fenomeno, suggeriscono che nell’era moderna, fortemente orientata al consumismo ed alla produttività, le emozioni negative come tristezza, angoscia, irritabilità, interferendo con il normale funzionamento e rendimento di un individuo, vengano sempre più “patologizzate”.  Anche quando appaiono giustificate da eventi critici che normalmente apportano sofferenza nella vita di una persona (un lutto, una separazione, un licenziamento, ecc.) entro certe soglie resterebbero “normali reazioni” ma, superati anche di poco determinati limiti (sintomatici, temporali, ecc.), rientrerebbero nel quadro del disturbo depressivo, che risulterebbe così tra le patologie statisticamente più frequenti (Andolfi M., Loriedo C., Ugazio V. 2011).

E’ come se la depressione si stesse lentamente svuotando dei suoi significati e valenze psicologiche e relazionali per divenire sempre più “medicalizzata”. Ciò comporterebbe anche una minore capacità a comprendere e gestire le emozioni coinvolte, tanto che, quando tristezza, angoscia, ecc. sopraggiungono ci si sente sopraffatti e impotenti come quando si è colpiti da una qualsiasi altra disfunzione organica, talvolta, curabile esclusivamente attraverso una terapia farmacologica.
La depressione, invece, come ogni altro sintomo di natura psicologica, dovrebbe sollevare nella persona sofferente profondi dubbi e interrogativi sulla qualità attuale della propria vita, in quanto è strettamente legata alla storia della persona. Essa, infatti, può sopraggiungere per  suggerire che potrebbe essere necessario un momento di sospensione dalla normale routine quotidiana per fermarsi ed ascoltarsi, dando voce alle proprie emozioni, anche le più spiacevoli. Può consentire di operare una riflessione sulla fase di vita che si sta percorrendo, comprendere se qualcosa non sta andando per il verso giusto nelle nostre relazioni attuali e se è necessario apportare dei cambiamenti. 
La depressione, talvolta, può rappresentare una richiesta di aiuto verso l’ambiente circostante, celando un bisogno di vicinanza, accudimento e appartenenza prima non manifestato.

A tal proposito, alcune ricerche, accreditano sempre più l’ipotesi che nelle persone depresse, soprattutto quelle croniche, il disturbo rappresenti come un tempo di resa, un momento auto-curativo dove i sintomi servirebbero a chiudere, almeno temporaneamente, un ciclo di comportamenti interpersonali caratterizzati da forte conflittualità e rabbia (Pettit J.W. and Joiner T.E. 2006; Hammen, 1999). La depressione avrebbe così il valore di un messaggio di “non attacco” e porrebbe le basi per recuperare una maggiore armonia nelle proprie relazioni. Si è visto, infatti, che anche nei primati non umani i sintomi depressivi costituirebbero, a livello relazionale, dei messaggi con cui i singoli cercano di essere riammessi “nel gruppo” (Andolfi M., Loriedo C., Ugazio V. 2011). Il gruppo, nel nostro caso, potrebbe equivalere alla coppia o alla famiglia ma anche agli altri contesti di vita di un individuo (lavorativi, amicali, ecc.).

Il depresso, specie quello cronico, sembrerebbe pertanto intrappolato in una o più relazioni disfunzionali, caratterizzate da forte conflittualità, che non riescono a cambiare. Ciò spiegherebbe la ciclicità del disturbo: una volta rientrati nel “gruppo” e scomparsi i sintomi, riemergerebbero tra i membri le problematiche scatenanti il conflitto, a meno che, nel frattempo non siano verificati dei cambiamenti a livello relazionale.
Tali studi dimostrerebbero quindi l’importanza di recuperare l’aspetto psicologico e relazionale della depressione, per ricominciare a familiarizzare con le emozioni negative in essa implicate e comprendere quali problematiche relazionali potrebbero sottendere alla sofferenza.

La depressione, infatti, può sopraggiungere per salvare l’individuo da condizioni relazionali che, protratte nel tempo, potrebbero peggiorare e minare profondamente il suo benessere. I sintomi, insieme alla sofferenza, offrono sempre la possibilità di un cambiamento, sarebbe bene riuscire ad accoglierli ed imparare a decifrare il loro sottile e complesso linguaggio… magari un giorno sentiremmo anche di doverli ringraziare!

                                                                                  
                                                                                                                  Dott.ssa Stefania Attanasi



Bibliografia

Andolfi M., Loriedo C., Ugazio V. (2011). Depressioni e sistemi - Il peso della relazione.- Franco Angeli, Milano.

DSM- IV- TR (2007) Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, Text Revision, Masson Spa, Milano.

Hammen C.(1999). The Emergence of an Interpersonal Approach to Depression. In: Joiner T.E. and Coyne J.C., editors, The interactional nature of depression. Washington, DC: American Psychological Association.

Pettit J.W. and Joiner T.E. (2006). Chronic Depression. Interpersonal Sources, Therapeutic solutions. Washington, DC: American Psychological Association.