martedì 17 marzo 2020

Non siamo più potenti di un pipistrello


…Senza voler ricadere nell’esagerata interpretazione medievale della punizione divina (peste= flagello di Dio) è un dato di fatto che da quando siamo chiusi tutti in casa ed abbiamo interrotto la nostra irrefrenabile produttività a causa del Covid-19, dopo pochissimi giorni l'aria della Cina è meno inquinata, l'acqua dei canali di Venezia più pulita e le strade di Roma svuotate di rifiuti.


Anch’io mi sono fermata, e tra le cose belle fatte in questi giorni di isolamento, sono andata a ripescare un testo di G. Bateson, le cui parole potrebbero dare forse un senso a ciò che sta accadendo adesso al nostro pianeta:
"Le patologie dei processi sistemici insorgono proprio perché la costanza e la sopravvivenza di un qualche sistema più vasto vengono mantenute mediante cambiamenti nei sottosistemi costituenti". ("Verso un'ecologia della mente" 1972, p.390)
Con queste parole il noto biologo intende dire che quando un sistema vivente più ampio, come ad esempio l’ambiente in cui viviamo, è a rischio, la logica della natura sacrifica al cambiamento sempre i suoi sottosistemi più piccoli.  Secondo Bateson, infatti, la logica della natura è profondamente diversa e più complessa della semplice logica della sopravvivenza e dell’adattamento di una singola specie. E ancora aggiunge: “I maggiori problemi del mondo derivano proprio dalla differenza tra come funziona la natura ed il modo in cui gli esseri umani pensano.”


…Come noto a tutti, l'uomo esercita un'influenza sempre crescente sull’ecosistema in cui vive (sul clima, sulla temperatura, ecc.) con attività come la combustione di fossili, la deforestazione, l'allevamento intensivo di animali, ecc. Queste attività aggiungono enormi quantità di gas nell’atmosfera, provocando il surriscaldamento globale e da qui, a catena, lo scioglimento dei ghiacciai, l’innalzamento del livello dei mari, l’acidificazione degli oceani, la perdita di biodiversità, ecc.
Quasi certamente la natura possiede dei meccanismi interni autocorrettivi per autoproteggersi e resistere anche allo strapotere esercitato dall’uomo. Ma, in questa catena complessa di eventi in cui l’uomo costituisce solo un piccolissimo anello, chi può dire quale sia la causa e quale l’effetto di un fenomeno? In effetti nessuno è in grado ancora di conoscere le cause certe della pandemia e tante sono le speculazioni a riguardo. La percezione più diffusa però tra la gente è che il virus sia sopraggiunto come una sorta di punizione per le azioni poco etiche commesse dall’uomo sull’ambiente e sulle altre biodiversità. E’ forse troppo fantasioso pensare che questo virus sia giunto per fermare l’inarrestabile macchina umana e ristabilire certi equilibri naturali più “sacri” che l’uomo stesso osa sfidare da troppo tempo? Non siamo forse adesso costretti a ripensare al nostro modo di vivere, alle nostre abitudini, alla relazione che abbiamo con l’ambiente e con tutte le altre specie viventi? E mentre attendiamo dalla scienza una soluzione a questa pandemia, un vaccino o una cura, la stessa tecnologia non è in grado di fornire un numero sufficiente di respiratori per salvare tante vite umane. Come mai? Probabilmente nel momento in cui si producono gli strumenti o i medicinali utili, la preoccupazione dominante è quella degli introiti economici e non dell’eventuale fabbisogno.
L’irrefrenabile corsa alla produttività ed al consumismo dell’uomo porta a conseguenze importanti e gravi sull’ecosistema terreste, sulle biodiversità e sull’uomo stesso….

Questo virus sta certamente ricordando alla nostra specie l'infinita piccolezza e fragilità da cui siamo partiti nell'ambito delle biodiversità. E poichè non siamo stati in grado di stare dentro i limiti del rispetto per le altre specie che la natura ci aveva imposto, non come impedimento ma come  ulteriore possibilità di dimostrare la nostra grandezza, la natura stessa ci sta riportando alla condizione di fragilità iniziale.

Non siamo più potenti di un pipistrello, di un orso polare, di un albero, di un fiore, dell’aria che respiriamo, dell’acqua che beviamo.   


Dott.ssa Stefania Attanasi


martedì 17 settembre 2019

Nella Moltitudine - Wislawa Szymborska

Wislawa Szymborka, poetessa e saggista polacca,
Nobel per la letteratura 1996.
In un momento storico  in cui si rischia di guardare alle differenze di genere, sociali, culturali, etniche, ecc.  solo come origine di problemi, "Nella moltitudine" è una poesia che esalta la bellezza e l'unicità di ogni essere vivente.

 ...Quando pensiamo di essere sbagliati, di essere nati in una famiglia sbagliata o in un paese sbagliato, se crediamo di avere un lavoro sbagliato,  oppure attribuiamo tutti questi sbagli agli altri, Wislawa ci ricorda che ognuno di noi poteva nascere in altre infinite forme, anche peggiori di queste e quindi di essere sempre grati alla vita.

 ...Nessuno sceglie cosa nascere, con chi, dove, quando, come. Ognuno di noi è parte di un Tutto più ampio che si differenzia sempre in ogni sua minima manifestazione. Quando si nega il proprio o altrui diritto ad essere unici e diversi e sentirsi parte di questo bellissimo disegno a mille colori si scivola sempre in giochi di potere e forme violente di relazione.


...Buona lettura!

                                                                             
 "Sono quella che sono.  

Un caso inconcepibile

come ogni caso.

    In fondo avrei potuto avere

altri antenati,

e così avrei preso il volo

da un altro nido,

così da sotto un altro tronco

sarei strisciata fuori in squame.

Nel guardaroba della natura

c'è un mucchio di costumi: di

ragno, gabbiano, topo campagnolo.

Ognuno calza subito a pennello

e docilmente è indossato

finché non si consuma.

Anch'io non ho scelto,

ma non mi lamento.

Potevo essere qualcuno

molto meno a parte.

Qualcuno d'un formicaio, banco, sciame ronzante,

una scheggia di paesaggio sbattuta dal vento.

Qualcuno molto meno fortunato,

allevato per farne pelliccia,

per il pranzo della festa,

qualcosa che nuota sotto un vetrino.

Un albero conficcato nella terra,

a cui si avvicina un incendio.

Un filo d'erba calpestato

dal corso di incomprensibili eventi.

Uno nato sotto una cattiva stella,

buona per altri.

E se nella gente destassi spavento,

o solo avversione,

o solo pietà?

Se al mondo fossi venuta

nella tribù sbagliata

e avessi tutte le strade precluse?

La sorte, finora,

mi è stata benigna.

Poteva non essermi dato

il ricordo dei momenti lieti.

Poteva essermi tolta

l'inclinazione a confrontare.

Potevo essere me stessa - ma senza stupore,

e ciò vorrebbe dire

qualcuno di totalmente diverso. "




                                                                                                               
                                                                                                                     Dott.ssa Stefania Attanasi

sabato 18 maggio 2019

IL DARE ED IL RICEVERE NELL’INTERSCAMBIO DI COPPIA: DEBITO, COMPENSAZIONE E GRATITUDINE


Il bacio (G. Klimt 1907)
“…Un bombo volò su un fiore di ciliegio, ne succhiò il nettare e quando fu sazio e soddisfatto se ne volò via.
Poi, però, ebbe dei rimorsi di coscienza. Gli parve di aver preso senza ricambiare. “Ma cosa faccio?” pensò, e non riusciva a decidersi e così passarono i mesi e gli anni. La cosa però non gli dava più pace e così un giorno si disse: “Devo tornare dal fiore di ciliegio e ringraziarlo di cuore!”. Si mise in volo, trovò il punto esatto dove si trovava il fiore ma non lo trovò più, al suo posto c’era adesso un frutto maturo color porpora.
Allora il bombo si rattristò: “Non potrò più ringraziare il fiore di ciliegio, mi sono lasciato sfuggire una buona occasione, ma questo mi servirà di insegnamento!”
…Mentre stava ancora riflettendo un dolce profumo entrò nelle sue narici, era una corolla rosa che lo richiamò e lui andò verso di lei, buttandosi a capofitto in una nuova avventura.”

Questa piccola storia raccontata da Hellinger in “Ordini dell’amore è una metafora che fa riflettere su un tema a lui molto caro, quello dell’interscambio all’interno delle relazioni e del delicato equilibrio tra il dare ed il prendere, nonché sull’importanza della compensazione e della gratitudine.

Tali concetti li trovo sempre molto utili nella mia stanza di terapia, dove spesso mi confronto con storie individuali, di coppia e familiari caratterizzate proprio da uno squilibrio in quest’interscambio. Oggi più che mai, infatti, sento parlare di relazioni tossiche, disfunzionali o di dipendenza; relazioni, che si contraddistinguono per un difetto o un eccesso nella dinamica tra il dare ed il ricevere.

Parlando della coppia, ad esempio, Hellinger spiega che se un partner dà qualcosa all’altro, chi riceve sente una sorta di debito o di pressione finché anche lui non ricambia e restituisce qualcosa. E, quando questo accade, avviene un reale scambio che rafforza il legame e fa crescere la loro felicità. Tuttavia, se l’altro restituisce sempre solo quanto ha ricevuto, niente di più o niente di meno, si riduce la pressione a ricambiare di entrambi e la relazione resta ferma. Quando invece un partner dà sempre di meno rispetto a quanto riceve il rapporto è a rischio.

Questo è un meccanismo di compensazione che regola l’interscambio delle relazioni e funziona non solo nel bene ma anche nel male. Se un partner fa del male all’altro, infatti, quest’ultimo può anche sentire l’esigenza di vendicarsi, innescando così un’escalation di male, con l’aumento della sofferenza e dell’infelicità di entrambi.
Secondo Hellinger infatti: “Quando in una relazione, uno dà sempre più dell’altro o uno prende sempre più dell’altro, le cose possono non funzionare bene”.

…Se questi meccanismi di interscambio aiutano il terapeuta a comprendere meglio il funzionamento di determinate relazioni e a suggerire in quale direzione bisogna cercare un cambiamento, è anche vero che le cose possono essere più complesse di come si mostrano ad una prima impressione iniziale. Andando a scavare, infatti, talvolta emerge che chi riceve e non dà o dà poco, non sempre è in una posizione di pretesa o di potere perché anche il prendere può celare in fondo un atteggiamento umile. Ricevere significa, infatti, aprirsi all’altro, dargli spazio mettendo da parte se stessi.
Allo stesso modo è vero che una relazione si mette a rischio quando qualcuno si ostina a dare all’altro qualcosa che lui non vuole o che sa non potrà ritornargli mai indietro: “Se lo sommergi, senza che lui lo voglia, se ne andrà”.

Talvolta, come nel caso del nostro bombo, la gratitudine e l’apprezzamento verso chi ha dato non sono immediati ma arrivano solo molto dopo, quando il cuore di chi ha ricevuto sarà aperto e ben disposto.
D’altra parte, chi ha dato senza essere stato ricambiato, potrebbe invece pretendere di riscuotere in altre relazioni quel debito che negli anni potrebbe essersi ingigantito, fino ad assumere le caratteristiche di un’opprimente zavorra. La pretesa di una riscossione può ripresentarsi, infatti, in un ciclo di continui interscambi tra l’io e l’altro o tra l’io e la vita più in generale, travalicando relazioni, contesti e generazioni, arrivando persino a caratterizzare la personalità di un individuo fino a insidiare il suo benessere psicologico.

Un ultimo pensiero poi è rivolto alla gratitudine, sentimento fondamentale in questo complesso processo, perché consente di riconoscere come un dono tutto ciò che di buono arriva dall’altro, seppur con i suoi limiti. 
Essere grati significa anche non pretendere di più rispetto a ciò che l’altro può donare, riconoscendo in questo la sua unicità e diversità da sè; può voler dire perdonarsi quando le aspettative reciproche vengono disilluse, concedendosi la possibilità di un nuovo inizio.

                                                                                                                  
                                                                                                                  
                                                                                                        Dott.ssa Stefania Attanasi


Bibliografia

-B. Hellinger "Gli ordini dell'amore". Feltrinelli, Milano, 2014


giovedì 18 ottobre 2018

CRESCERE... E' DIVENTARE GENITORI DI SE STESSI

Ritratto di Jeanne Hébuterne
(Modigliani 1918)
Spesso nella stanza di terapia mi confronto con persone che in momenti delicati della loro vita decidono di raccontare la propria storia ad un esperto, con l’auspicio che l’atto stesso di narrarsi, creando nuove connessioni tra fatti accaduti, emozioni e riflessioni, riesca a spiegare e lenire la sofferenza sentita.  
Soprattutto all’inizio del percorso, nel processo di ricerca di senso del dolore, accade spesso che la persona sposti l’attenzione all’esterno da sé, identificando l’origine della sofferenza nell’altro che si è incontrato proprio malgrado nel percorso della vita: nel genitore che non ama abbastanza, nel partner che trascura o abbandona, nel capo despota, nel figlio irrequieto, ecc. Spesso anche la stessa domanda di psicoterapia può presentarsi come una richiesta di “prenditi cura di me” dove si sposta completamente la responsabilità del processo di guarigione solo sul terapeuta. Ma l’altro a cui si delega ogni cosa è solo uno specchio in cui si riflette una parte di sé ancora dolente e non risolta, una parte fragile ed infantile con cui non si è fatto ancora i conti.

Continuare a pensare in questo modo, mantenendo un focus esterno rispetto ai propri vissuti non fa crescere, non aiuta, non cura. Man mano che la terapia avanza, infatti, accade spesso che il focus della storia tende progressivamente a spostarsi sul sé del paziente: “Come ho contribuito a generare questa situazione di sofferenza?”, “Cosa posso fare per stare meglio?”, “Come mi sto muovendo rispetto a ciò che mi è accaduto?”. 
Narrare la propria storia in prima persona evidenziando invece il proprio sentire ed agire significa riprendere il potere ed il controllo sulla propria vita, responsabilizzandosi rispetto al dolore sentito. È un lavoro certamente più complesso e faticoso perché per farlo è necessario fermarsi e fare silenzio, guardarsi dentro e cercare di capire come e perché si sta agendo così, in quale direzione si vuole andare, cambiare rotta se necessario, assumersi dei rischi.

Mi piace pensare al processo di crescita e di evoluzione del sé come ad un cammino verso cui la persona impara progressivamente ad essere un buon genitore di se stesso (pre-condizione necessaria forse per diventare un vero e buon genitore di qualcun altro), un uomo o donna adulti che pensano, decidono e poi agiscono.
Non assumersi la responsabilità delle proprie azioni e del proprio benessere significa restare per sempre nella condizione di “figlio” quindi delegare o dipendere da qualcun altro che si reputa più bravo, capace, forte; significa “Pensaci tu al posto mio, io non ci riesco/ho paura/non ne ho voglia”. Da qui, le conseguenze di ciò che accade nella propria vita, positive o negative che siano, restano sempre fuori dal proprio controllo. Da qui, cresce la sfiducia nelle proprie capacità e si vivono relazioni di dipendenza finalizzate prevalentemente a colmare le proprie mancanze ed incompetenze.

La parola “genitore” significa “colui che genera” qualcosa, qualcuno. Ma prima di un figlio sarebbe importante riuscire ad auto-generarsi, a ri-nascere come genitore di sé, in una forma nuova, più consapevole e adulta. Tutti noi siamo fatti di parti più o meno evolute, parti “genitoriali” e parti “filiali”; diventare finalmente genitori di sé significa riuscire a far emergere quella parte più matura che, forgiata ed arricchita dalle esperienze di vita, riesce a guardare alle parti più infantili e dipendenti con tenerezza, pazienza, senza giudizio alcuno, ma che impara col tempo anche ad educarle, contenerle, modularle. 

Che padre/madre sono di me stesso? Sono al sicuro tra le mie stesse braccia? Mi occupo bene di me stesso? Mi amo a sufficienza? 

Buona riflessione!

                                                                                                                  Dott.ssa Stefania Attanasi

mercoledì 4 luglio 2018

IL TRADIMENTO NELLE RELAZIONI D'AMORE


Paolo e Francesca  (Ingres 1819
Il termine tradimento deriva dal latino tradere che significa “consegnare” e fa originariamente riferimento alla consegna di Gesù in mano nemica per il volere e tradimento di Giuda. Dal punto di vista etimologico quindi la parola “tradire” evoca l’immagine del “consegnare” ad un nemico, alla morte o a qualsiasi destino infelice, una persona che ci ama e con la quale si è legati in un rapporto di fiducia.

Nella coppia il tradimento tende prevalentemente a due finalità. La prima è di tipo personale: è un estremo tentativo di recuperare quell’ eccitazione emozionale che con il partner abituale non si ha più; non riuscendo a ridimensionare le proprie aspettative connesse a questo bisogno si continua a ricercare il suo soddisfacimento per altre vie: il lavoro, i figli, lo sport, un amante, ecc. La seconda finalità, invece, riguarda il partner: un rischioso tentativo di provocarlo affinché cambi il suo comportamento e risponda a ciò che da lui ci si attende, tutto questo preservando un legame che seppur fragile è ancora valido.
Il tradimento appare pertanto come una mossa ambivalente in quanto da un lato cerca di ottenere, all’ombra di una delusione subita, un riscatto o un cambiamento attraverso fonti sostitutive di piacere e dall’altro guarda ancora nostalgicamente al vecchio legame che lentamente si sta distruggendo. Costituisce comunque una forte pressione sull’altro, un esercizio di potere che si rivela molto rischioso per il rapporto (Solfaroli 2010). Dopo un tradimento, infatti, la probabilità che una relazione continui si riduce drasticamente e qualora dovesse proseguire, la ricostruzione di un nuovo e sano equilibrio, immune da rancori e risentimenti, risulta lenta e difficoltosa.

L’esperienza del tradimento è sempre portatrice di grande sofferenza e quest’ultima sarà tanto grande quanto più sono grandi l’amore e la fiducia nutriti verso l’altro.  Amore e tradimento, però, sono sempre l’uno accanto all’altro e inestricabilmente connessi. Può esserci tradimento, infatti, solo in una relazione di fiducia, intima e profonda con qualcuno. Lo sapeva molto bene anche Gesù quando anticipò a Pietro che sarebbe stato proprio lui a tradirlo, l’apostolo che più di tutti l’aveva amato e seguito ovunque nel corso della sua vita. Proprio lui? Sì, proprio lui.  
Ma come si reagisce dinanzi a questa dolorosa esperienza? In un saggio sul tradimento, Hillman, un famoso psicoanalista statunitense (1999), suggerisce che dinanzi al tradimento due sono le scelte possibili: quella regressiva, dove la persona tradita resta fissata nel trauma e nel dolore, covando rabbia e vendetta oppure la scelta più evolutiva che è quella del perdono, il che non significa rimuovere il torto subito, tornando dal partner come se niente fosse cambiato. Significa invece possedere una mente talmente grande da riuscire a riconoscere il tradimento anche nella sua più atroce crudeltà, vedendo che purtroppo anche i più ingiusti tradimenti in questo mondo sono reali e possibili, sotto svariate forme ed in diverse relazioni (genitoriali, fraterne, amicali, ecc.) e contesti. E dinanzi ad essi provare sofferenza è sempre inevitabile.

Perdonare significa aspettare con fiducia che questo dolore passi, riuscire ad oltrepassare l’evento traumatico, in modo che la sofferenza non inquini la propria anima più di quel tempo limitato che gli è dovuto per poter sfogare. Ogni emozione segue, infatti, un movimento a curva, con un inizio, un picco, una discesa ed una fine. Anche il più atroce dolore è destinato col tempo a placarsi.
Riconoscere ed accettare la possibilità del tradimento significa crescere, maturare, essere consapevoli dei limiti della natura umana e quindi uscire dall’infantile idea di potersi abbandonare totalmente e ciecamente all’altro. E forse è anche per questo che in molte religioni il perdono assume un valore così importante, perché rappresenta quel salto evolutivo dell’anima che permette di accettare la sofferenza come parte integrante della vita. Ma con il perdono si sceglie anche di dire basta, di mettere fine al circuito del dolore, della rabbia, della violenza, non aggiungendo altra sofferenza a quella già necessaria.

Il più alto tradimento, infatti, sarebbe quello verso se stessi, quando si decide a causa delle esperienze negative di separarsi dall’amore e dalla vita, quando si sceglie di non crederci più, per non correre il rischio di essere traditi nuovamente.
Rinunciando alla rabbia ed alla vendetta, il più grande (per)dono è verso se stessi.



Dott.ssa Stefania Attanasi





Bibliografia

-Solfaroli Camillocci D. (2010), Up e down. Solitudine e potere nella coppia, FrancoAngeli.
-Hillman James (1999), Puer auternus, Adelphi, Milano.
 

lunedì 14 maggio 2018

FESTIVAL DELLA PSICOLOGIA FINO AL 30 GIUGNO!

In occasione del Festival della Psicologia organizzato dall'Ordine degli Psicologi del Lazio, solo fino al 30 giugno, si può scaricare un voucher da utilizzare entro il 2018 che dà diritto ad una prima consulenza psicologica gratuita con un professionista aderente all'iniziativa. 
Dopo il primo incontro gratuito si potrà poi proseguire con un costo agevolato per ogni singolo incontro. 

Consulta il link seguente per maggiori informazioni:

sabato 21 aprile 2018

"IL MARE PIU' BELLO FU QUELLO CHE NON NAVIGAMMO": AMORI VIRTUALI E AMORI REALI

Ettore e Andromaca (De Chirico 1924)

Non solo di quegli amori che nascono on line, in un’app. fatta per incontrare l’anima gemella o nei gruppi di fotografia e cucina, quelli che si celano dietro uno schermo e si nutrono di pollici, cuoricini e commenti ammiccanti. Parlo soprattutto di quegli amori nati anche nella vita reale ma che restano poi irreali e nutriti di assenza e fantasie, costruiti soprattutto nella mente e sull’idealizzazione dell’altro. Parlo di amori sempre perfetti, imparagonabili agli altri e sempre vincenti proprio perché mai vissuti davvero. Sono amori mai decollati che restano fuori dalla quotidianità, potenzialmente e possibilmente meravigliosi, intrisi di “come sarebbe potuto essere” e di “che gran peccato però”

Protagonisti di queste storie virtuali sono spesso persone in eterna fuga: o già “incastrate” da matrimoni e figli, o da una carriera così importante da sacrificare tutti i propri bisogni, anche quelli primari, o quelle dichiaratamente traumatizzate da vecchie relazioni o con complessi di Edipo ed Elettra ancora in atto, anche se ormai in età pensionistica. Si tratta di persone che quindi “purtroppo non ce la fanno”, impossibilitati cronici che in una storia d’amore riescono a dare al massimo un 30%, fatto di briciole sparse e fugaci apparizioni.  Il resto poi, quell’abbondante 70%, può venire gratuitamente offerto dall’altro protagonista della storia, un sognatore che compie ripetuti sforzi o elabora numerose strategie, il più delle volte fallimentari, per sopperire alle mancanze dell’altro.  Fallimenti questi che a lungo andare determinano lo sviluppo di un tipo relazione in cui il sentimento d’amore, non trovando un riscontro nella realtà senza puntuali frustrazioni o malesseri, in un processo di graduale rimozione delle ripetute delusioni, si relega da sé in un’area della mente in cui si modella secondo i propri desideri e aspettative, diventando perfetto proprio perché mai vissuto. Sguardo nostalgico, occhi persi nel vuoto e la mente che ritorna sempre a quei pochi giorni o momenti bellissimi (se ci sono stati) che chissà se verranno ancora. Tutto è amplificato, sognato, sperato, ma vissuto solo nella testa. Oggi più che mai si sente parlare di tantissime storie così, una diversa dall’ altra. Ma cosa accomuna il perenne fuggiasco e l’accanito sognatore? Eseguono essi forse diversi passi della stessa danza? Forse è quel fuggire l’intimità che li accomuna? Fuggire dall’ amore o agognarlo nella testa: la sostanza profonda non cambia.

…Mi vengono così in mente le parole del grande sociologo Bauman in una sua intervista sull’amore liquido, quello caratteristico della nostra epoca super informatizzata e digitale e delle generazioni che la attraversano, sempre più disorientate e confuse. Parla di un amore privo di solidità e sostanza distinguendolo dal vero sentimento d’amore:
L'amore richiede tempo ed energia…. Ma oggi ascoltare chi amiamo, dedicare il nostro tempo ad aiutare l'altro nei momenti difficili, andare incontro ai suoi bisogni e desideri più che ai nostri, è diventato superfluo… L'amore è una fabbrica che lavora senza sosta, ventiquattro ore al giorno e sette giorni alla settimana".

Anche i perfetti “amori nella testa” celano forse questo terrore dell’intimità che continua ad attraversare la nostra epoca liquida, intrisa soprattutto di individualismo e consumismo. Andare insieme al cinema, al teatro, ad una cena romantica e poi sparizioni, distanza, assenza. Amori questi dove si mettono in gioco solo poche parti di sé, le più belle forse, le più accattivanti, e poi basta e poi nulla. Tutto il resto sta fuori, sconosciuto, raccontato, immaginato solo nella testa. La persona amata si trasforma in un avatar, un ricordo, un’immagine virtuale cui aggrapparsi nei momenti di solitudine ed in questo suo non mescolarsi mai, resta la migliore, la più bella mai avuta.

Ma come può questo tipo di amore virtuale paragonarsi ad uno reale, imperfetto, intriso di presenza e quotidianità, relazioni in cui gli individui mettono in gioco tante parti di sé in modo integro ed autentico?
E ancora: dove si colloca il confine tra reale e virtuale visto che mai come oggi la nostra società risulta essa stessa immersa nel virtuale? E quale sarebbe l’esatto momento in cui possiamo affermare che una relazione fragile si sia trasformata in un rapporto virtuale? E non è il virtuale esso stesso la realtà odierna?
Così come non esistono l’uomo o la donna perfetta, non esistono nemmeno relazioni perfette, come non esiste una società perfetta, tutta virtuale o tutta reale. Banale, ma profondamente vero.

Esistono solo storie vissute e non vissute, persone conosciute e non conosciute. Ognuno di noi è fatto di sogni e di concretezza, ognuno porta con sé quelle differenze che inevitabilmente emergono nell’incontro con l’altro, parti anche scomode, con cui dobbiamo fare sempre i conti, se vogliamo che l’incontro sia autentico, intriso di presenza e di pensieri in ugual misura. In fondo la stessa realtà non è altro che il risultato di pensieri e progetti e sogni che si sono realizzati: “Cogito ergo sum”, diceva il filosofo.
Ogni persona è unica a sé, è uno specchio in cui ci riflettiamo. Siamo pronti a guardarci e ad incontrarci davvero?

                                                                                                 Dott.ssa Stefania Attanasi